(Non saprei se definirlo come un ‘articolo’, una proposta, un invito alla riflessione, un sasso lanciato, una ‘pulce messa’… Sia quello che sia, credo e spero possa rappresentare uno spunto di riflessione per tutti coloro che, in questi anni difficili, passano ogni giorno della loro vita a chiedersi ‘cosa diavolo si potrebbe fare’ per salvarci e salvare l’uomo dal baratro… La lettura vi prenderà 10-15 minuti, so che di questi tempi “avere il tempo” per certe cose non è così scontato, ma la prima rivoluzione deve essere quella di riprenderselo!!!)

In un momento storico in cui tutto tende a darsi una forma globale, in cui assistiamo alla centralizzazione mondiale del potere, dell’economia e della cultura, in cui a tirare le fila del mondo sono i grandi gruppi finanziari, gli organismi sovra-nazionali, le multi-nazionali della tecnologia e della comunicazione, crediamo che sia necessario ripartire a pensare, e ad agire, dal basso.

Dalla Terra e il Territorio in cui abitiamo, dalle strade, le piazze e i quartieri dove scorre la nostra vita e quella dei nostri vicini.

In due parole, tornare ad una dimensione locale, e più umana, delle proprie azioni e del proprio pensiero.

In un epoca in cui le relazioni umane si stanno tristemente sfaldando, e stanno trasformando il modo di vivere dell’Uomo come mai  prima nella storia, privandolo della sua naturale attitudine sociale, e trasformandolo in un essere pauroso, paranoico e “con uno schermo e una tastiera per amici”, crediamo che tornare a VIVERE IN COMUNITA’ sia il modo migliore per salvarlo dal baratro.

Nella difficoltà di andare ad intaccare, politicamente e culturalmente, quei meccanismi mondiali, così consolidati e così inequivocabilmente strutturati (almeno fino a che non imploderanno in sè stessi…), possiamo prenderci come sfida collettiva quella di ricreare la vita che auspichiamo nella nostra quotidianità, nelle nostre realtà regionali e sociali, trovando i meccanismi per rendersi indipendenti da loro.

In questo senso, riteniamo assolutamente interessanti i venti indipendentisti e autonomisti di questi anni, che in tutto il mondo muovono popoli stanchi di essere governati da poteri lontani, e spesso stranieri.

Pensiamo che possa essere interessante e strategico superare il punto di riferimento dello ‘Stato Nazionale’ moderno come obiettivo delle proprie pratiche, per indirizzarsi verso la rivendicazione di decentralizzazione delle decisioni politiche ed economiche a un livello più regionale, locale, vicino alle popolazioni.

 

 

E’ da tanto tempo che coltivo questo pensiero e che avevo intenzione di scrivere due righe a riguardo. I fatti di questi giorni in Catalunya, che mi sono trovato a vivere in prima persona a Barcellona, mi hanno spinto ad accellerare la produzione di questo contributo, e di questa proposta socio-cultural-politica che possa rappresentare uno spunto di riflessione oggi, per magari trasformarsi in una pratica un domani, spero non troppo lontano.

In un percorso di riflessioni sviluppato negli ultimi anni credo di aver aperto gli occhi su quello che probabilmente rappresenta il maggior pericolo per il futuro dei popoli d’Europa (e del mondo) e per “quell’umanità sana e solidale” che da sempre si batte contro i potenti della Terra per creare una società più giusta, equa, e in cui sia davvero il popolo a decidere le sorti del proprio destino:

La centralizzazione globale del potere.

Una centralizzazione politica, economica e culturale, che i ‘potenti del mondo’ stanno portando avanti già da decenni, e che, nel nostro caso, si sta concretizzando proprio in questi ultimi, con l’affermazione dell’Unione Europea e del suo centralismo politico e monetario. Un’unione europea che c’hanno fatto passare per ‘unione tra popoli’, un’incontro di culture e una possibilità “per non farci la guerra tra di noi”, ma che col passare del tempo si è mostrata nel suo carattere prettamente finanziario e di imposizione di un modello economico, capitalista neo-liberista, a tutte le regioni dell’area.

E difatti, ‘tutto è iniziato’ proprio con le prime prese di coscienza e i primi dubbi sull’Unione Europea;

Cos’è che unisce così appassionatamente tutti i potenti di Europa nella sponsorizzazione di questa grande centralizzazione continentale? A chi fa comodo?

Dubbi che mi sono iniziati a diventar sempre più chiari entrando in contatto con la realtà di uno Stato nazionale a noi molto vicino, quello spagnolo: uno stato frammentato in tante diverse entità culturali, una ‘nazione di nazioni’ (i Baschi, i Catalani, i Galleghi, gli Andalusi ecc.ecc.) – come mi veniva spiegato nel 2013 in un corso di storia contemporanea presso l’Universidad Complutense di Madrid – in cui le diverse culture prendevano vita in diverse lingue e diversi stili di vita, e in cui con l’unificazione e la creazione del moderno ‘Stato Nazionale’, si era preteso di forzare un’uniformità economica e culturale a culture e popoli che avevano storie e modelli di vita ben diversi gli uni dagli altri.

Per non andare troppo lungo sulla stesura di questo, approfondirò la questione spagnola in futuri articoli; ma conoscere la realtà e le problematiche di questo paese è stato ciò che mi ha innescato le diverse riflessioni, sul tema delle comunità e degli stati nazionali prima, sulle condizioni e la storia del nostro Stato italiano poi … Nello stesso momento in cui assistevamo alla grande retorica sul grande stato Europeo che i potenti di tutta Europa ci stavano cercando di propinare!

E lì ho aperto gli occhi sulla grande truffa che stiamo vivendo con la costruzione di quest’ “Unione Europea”, che più che l’unione dei popoli rappresenta un’unione delle potenze economiche e politiche del continente:

La creazione di uno Stato sempre più ALTO, sempre più BLINDATO, e sempre più LONTANO dai cittadini che esso dovrebbe “rappresentare”, pare essere il metodo perfetto, per chi vuole mantenere lo ‘stato di cose’, per tenere sempre più lontane possibile le persone dai “processi decisionali”. Si decide tutto nei palazzi del potere, e poi con l’aiuto dei grandi mezzi di comunicazione si da in pasto al popolo un paio di argomenti inutili su cui dibattere e scannarsi, dandogli la sensazione di avere ancora voce in capitolo su qualcosa.

E intanto le decisioni, che riguardano tutti, vengono prese da una cerchia sempre più stretta di personalità, che hanno preso in mano questo grande potere trans-nazionale, diventato ormai il “Grande Capo” continentale, fatto di direttive, trattati e leggi imposti agli Stati (e di conseguenza ai Territori) senza troppe discussioni… E affanculo i consigli regionali, comunali, i consigli di quartiere, le minoranze e le riunioni di condominio!!… Tanto le decisioni più grandi verranno sempre da là, e tu nel tuo piccolo potrai sgomitarti quanto vorrai ma le cose non le cambierai di certo!!

E se le problematiche sociali e gli evidenti disastri che sta creando questo tentativo di creare una grande ‘economia continentale’ sono ormai sotto gli occhi di tutti, e negli ultimi anni finalmente si è aperto un dibattito sul tema, il piano su cui vorrei porre l’attenzione, e che è preoccupante almeno quanto quello economico, è quello culturale.

E non certo quello riguardante la ‘cultura dominante’, imposta nei decenni da media e televisioni, e che da ‘culture nazionali’ stanno cercando di traslare a una ‘unificante e liberale cultura europea’.

Parlo di culture popolari, ossia quell’insieme di valori, lingue, tradizioni e stili di vita che caratterizzano determinate comunità che vivono in prossimità territoriale e che quindi convivono nella quotidianità, crescono e si sviluppano insieme, trasformandosi in un’identità collettiva.

Ho avuto un lungo combattimento interiore, nella mia adolescenza, tra le idee politiche con cui sono cresciuto intrise di Internazionalismo e di eliminazione dei confini, e i miei istinti personali di orgoglio ed appartenenza ad una terra che amavo più di tutte le altre, anche solo per il motivo che in questa terra ero cresciuto e tante altre non ne avevo mai viste.

Odiavo il concetto di Italia perché odiavo il concetto di Stato (o meglio, di QUESTO Stato!), e l’attualità e la storia dello stato italiano rappresentavano bene tutto ciò che più odiavo; ma allo stesso tempo sentivo una sorta di necessità di riconoscimento in una Comunità, persone con cui condividere una cultura e un percorso di vita.

Crescendo, girando in altri paesi europei e conoscendo questioni e realtà che non potevo conoscere finché avevo vissuto nel ‘guscio’ della mia città natale, ho iniziato a capire delle cose, riguardo all’attitudine umana, che mi hanno pian piano fatto apparire tutto un po’ più chiaro:

L’appartenenza a una Comunità è una questione di fondamentale importanza per l’uomo, noto animale sociale. E la comunità di cui si entra a far parte, fino a prova contraria (e fino all’avvento di internet…) è quella delle persone che vivono intorno a noi, e con cui veniamo a contatto nella nostra quotidianità, nella nostra strada, nella nostra scuola, nel nostro quartiere, nella nostra città, o nel nostro paesino di campagna o montagna.

E’ quella formata da chi condivide con noi una cultura di origine (che poi si sviluppa in diversi modi di pensare), una lingua, un dialetto, uno stile di vita, delle relazioni umane, dei punti di ritrovo e, in certi casi, progetti e percorsi simili. È naturale che si crei un sentimento di appartenenza comune tra persone che vivono più a stretto contatto, e non c’è niente di male in tutto ciò, anzi, stiamo parlando probabilmente di una delle miglior qualità dell’essere umano (insieme a quelle, che invece mancano sempre di più, di curiosità verso il ‘diverso’, e di istinto solidale verso chi sta peggio di noi…) !

Così come è naturale che quel sentimento comune si trasformi in riconoscimento in una Comunità, una Patria – che può essere quella in cui si è nati, quella in cui si è cresciuti, o quella in cui ci si inserisce in un determinato momento della propria vita – e quel sentimento prende vita, da un punto di vista politico, nel “Patriottismo”; un patriottismo che in certi casi viene imposto dall’alto, e diventa oppressore delle minoranze, e in altri casi si sviluppa dal basso, dalle culture resistenti, nel ‘patriottismo degli oppressi’.

Abbiamo visto nello scorso secolo le nefaste conseguenze di certe esasperazioni dell’ardore emotivo nazionalista, e di come questo sia stato utilizzato per muovere masse di poveracci in difesa dei loro aguzzini. Ma questo non può privarci della capacità di sentire e comprendere il sentimento di appartenenza alla propria terra e alla ‘propria gente’, che è poi quello stesso sentimento che, in tutta la storia, ha mosso i popoli oppressi da invasori e potenti stranieri, a ribellarsi in nome della loro patria e della loro comunità.

Una grande lezione su questo mi è stata data dall’esperienza a Cuba, dove per la prima volta nella mia vita ho conosciuto veramente ‘un popolo unito’, che da Ovest a Est si riconosce realmente in una bandiera, una storia e un sentire comune, in un orgoglio patriottico impressionante, promosso dallo Stato e assolutamente abbracciato da tutto il popolo! E dove allo stesso tempo, aldilà del potere centrale ovviamente forte e predominante, la grande altra forza motrice delle relazioni sociali sono i comitati e le assemblee di quartiere!

 

Il nazionalismo del 20° secolo è quanto di più anti-patriottico possa esistere, in quanto pretende di uniformare – e appiattire – grosse masse di persone, comunità e culture differenti, in nome di un’unità nazionale politica, economica e militare che possa garantire ‘un importanza, un peso della nazione a livello internazionale’.

Nella religione dello ‘Stato Nazionale’ che si è sviluppata negli ultimi secoli, siamo stati abituati a pensare che la nostra comunità, e la nostra cultura, sia quella ‘italiana’, perché 150 anni fa determinati fatti storici (su cui abbiamo una narrazione abbastanza unilaterale, ma che sarebbe interessante indagare) portarono alla nascita di un Regno, quello d’Italia, che non era mai esistito nei precedenti 5.000 anni di ‘Storia Umana’.

Ma quale sarebbe la cultura unificante di questo paese? Vivendo ognuno di noi nei propri territori e venendo a contatto solamente in piccoli periodi di vacanze, l’unico elemento unificante di tutto questo paese nello scorso secolo paiono esser stati il fascismo e i giornali prima, la televisione e la corruzione dilagante poi.

Ovvero sia, tutto ciò che noi sapevamo su quanto succedeva nel resto d’Italia, aldilà di qualche scambio con amici o parenti che vivevano in altre regioni, lo sapevamo tramite quello che ci dicevano in tv e sui giornali. E sappiamo bene come si muove l’informazione in questi canali.

Nel tempo di Internet, in cui ormai pensiamo di sapere tutto su tutto il mondo, probabilmente ne sappiamo ancora meno di prima, e stiamo iniziando a perdere i contatti anche con quella che era la comunità a noi più prossima, quella del nostro territorio.

Questo è il motivo per cui non mi sentivo italiano: perché non conoscevo l’Italia! La mia conoscenza del resto del paese si limitava ai settori ospiti degli stadi e a qualche gitarella fuori porta di massimo 2 giorni!

Pian piano l’ho girata, ho visto città e conosciuto persone di molte zone del paese; mi sono reso conto che su tante cose siamo sicuramente accomunati, ma che su tante altre abbiamo invece mentalità, usanze e tradizioni anche parecchio distanti da regione a regione, da città a città, e addirittura da paesino a paesino! Per non parlare della questione linguistica; una varietà di dialetti e lingue di un fascino unico che, ridotti a ‘vulgo da contadini e ignorantelli’, si stanno tristemente perdendo (ma secondo me nemmeno poi tanto!!) in nome dell’ ‘Italiano nazionale’.

Già solo in questo “nostro” stivale da ‘manco’ 60 milioni di abitanti (lo 0.8% dell’umanità) esistono decine, centinaia, migliaia di diverse realtà, lingue e culture, in qualche modo ognuna differente dall’altra … Oltre ad essere assurdo pensare di poter allineare e uniformare tutte queste differenze umane, sarebbe a mio modo di vedere un grandissimo peccato; ritengo questa varietà di culture e costumi una grande ricchezza per l’umanità!

 

   

Ma la mia ‘necessità di riconoscimento in una Comunità’ non poteva trovare risposta nello Stato nazionale italiano, per un semplice motivo: che non era la mia Comunità.

Così realizzai quello che, in realtà, avevo sentito dentro da sempre.

La mia Comunità era quella della mia città, erano quelle strade che calpestavo ogni giorno ormai da più di 20 anni. E non che fosse la ‘Comunità dei miei sogni’, anzi, a dir la verità non mi trovavo in sintonia con un buon 90% dei suoi abitanti. Ma lo era comunque. Non me l’ero scelta, ma non mi potevo comunque lamentare… (per usare un eufemismo… 🙂 ).

E così come non poteva essere la risposta alla ‘necessità di riconoscimento in una Comunità’, lo Stato Nazionale non può essere neanche la risposta al centralismo europeo. Perché è comunque a sua volta un centralismo, che accentra il potere, i soldi e la corruzione nelle mani di pochi e allontana i popoli dalle decisioni e dalla partecipazione.

E’ giustissimo predicare l’Amore Universale e ricercare la Pace e la Cooperazione Internazionalista tra i popoli, ma questo non deve indurre a pensare che ciò si possa ottenere attraverso l’eliminazione delle differenze, perché queste esistono e sempre esisteranno, dovute al fatto che poi, nella vita di tutti i giorni, gli uomini tendono a vivere perlopiù con i propri vicini, vista la grandezza del pianeta e la difficoltà di essere in più luoghi allo stesso tempo.

È da questo contatto continuo con i ‘simili’ che nascono e si sviluppano i costumi, le relazioni, le organizzazioni e il pensiero umano di una comunità; la stessa crescita del singolo individuo dipende, a mio parere per il 60/70%, dall’ambiente che egli ha intorno.

Il riconoscimento in una comunità è assolutamente utile a porre in sintonia le persone che vi vivono, anche tramite la condivisione di valori, comportamenti, canzoni e bandiere, un sentire comune, un’identità comunitaria.

E non sta scritto da nessuna parte che questa identità comunitaria debba entrare in conflitto con identità diverse, anzi: le differenze potrebbero rappresentare un importante punto di partenza per un confronto basato sul rispetto dei pregi e dei difetti dell’altro. Chiunque abbia viaggiato e ami farlo capirà cosa intendo.

Così come è evidente che la ricerca politica di ‘indipendenza’ e ‘separazione’ non si riferisce a una separazione emotiva dagli altri popoli, quanto piuttosto da quella pratica da un governo/potere centrale.

È evidente che all’interno di queste comunità vi saranno diversi modi di intendere la vita e la società, punti di vista che possono entrare in contrasto nel momento in cui c’è da ‘darsi un’organizzazione’ e delle regole; ma sarebbe bellissimo aver la possibilità di confrontarsi direttamente con loro, con quelli che vivono nel nostro stesso quartiere, invece di dover litigare su un social network con uno sconosciuto che non sappiamo neanche dove vive, o di dover subire le decisioni di un potere lontano, alto e che non abbiamo la minima idea di come funzioni.

Quindi certo, ottenere un’autonomia politica non significherebbe giungere al socialismo o alla fine delle ingiustizie, ma in sostanza potrebbe essere una forma importante di ri-attribuzione del ‘Potere al Popolo’, che potrebbe poi riorganizzarsi in un sistema realmente, e direttamente, democratico, con il quale le diverse forze sociali locali tornerebbero a ‘fare politica’ nel senso più nobile del termine, con creazione di assemblee di quartiere, cittadine e regionali.

Quindi, oltre che rappresentare una possibile forma di democrazia diretta e controllo popolare, una politica locale (e ‘localista’) contribuirebbe allo sviluppo di un dialogo all’interno dell’identità comunitaria.

E un’identità comunitaria non è solo quella determinata da un confine geo-politico, delle “sotto-identità comunitarie” possono essere quella di un quartiere, di un movimento politico o di una classe sociale; ma tutte queste si ritrovano, per questioni di spazio, a far parte di una grande comunità cittadina determinata da un territorio definito. E così come ognuno di noi rappresenta un individualità forte inserita in una collettività, così ciascun ‘gruppo collettivo’ si inserisce in una più ampia organizzazione sociale.

E in entrambi in casi, tra le varie individualità e collettività, esisteranno sempre diverse visioni del mondo e dell’organizzazione della società: questo può portare a scontri violenti e finanche guerre, quando qualcuno dall’alto inizia a fomentare odio razziale e sociale, in contesti di ingiustizie e mal-informazione pilotata… Potrebbe invece permettere una convivenza tra le diverse ‘visioni del mondo’, in un sano contrasto politico, fatto di assemblee e discussioni reali, tra pari, in un clima pacifico e di giustizia sociale.

Se è il ‘Potere al Popolo’ ciò che vogliamo, potrebbe essere questo un percorso da intraprendere per ottenerlo! Starà poi a noi riuscire a diffondere in quel popolo quella cultura alternativa e sociale che crediamo possa contribuire a creare una società realmente migliore!

Puro folklore e ritorno al passato in un mondo che va verso i grandi Stati Continentali?  Aldilà della banalità con cui potrei ribattere chiedendo “chi si trova a suo agio in questa contemporaneità?’, forse si, voglio tornare al ‘folklore’ e ‘al passato’. O, per dirla meglio, credo che un sano recupero di antichi valori di vicinanza e comunità potrebbe essere l’ingrediente vincente nella lotta a quel mondo che quei valori sta quotidianamente affossando, quel mondo che mentre raggiunge i più alti livelli di individualismo della storia umana si ripete ossessivamente di star ‘unificando’ e ‘mettendo in connessione le persone’…

Perché quella comunità, e quei valori, si possono ricostruire dal basso, da domani, senza necessità delle ‘grandi decisioni politiche’. Ma semplicemente unendo la Comunità nella ricerca di un percorso comune, che può essere quello di creare strutture economiche alternative o quello di prendersi un consiglio comunale, quello di sviluppare seriamente un lavoro di contro-informazione tramite riviste, volantini e comunicazione di vario tipo, come quello di realizzare eventi in piazza con cene, concerti e discussioni realmente partecipate su quello che ci accade intorno.

Dunque, da quelle prime riflessioni sono giunto, anche grazie a tanti confronti con persone che si erano trovate a porsi simili domande e simili risposte, a una vera e propria convinzione. Che oltretutto, col passare degli anni, e dei fatti politici a cui assistevo, mi si confermava sempre di più come la risposta più valida a parecchie questioni e problematiche!

Ovvero sia che una battaglia importante da portare avanti (forse la più importante in questo momento storico in quanto l’unica che potrebbe permettere, in caso di vittoria, di iniziare un percorso per tutte le altre), potrebbe essere quella di rivendicare il ritorno del potere e delle decisioni collettive nei territori, nelle comunità, nelle regioni.

Oltre che, altra cosa importantissima di cui parlerò prossimamente, attivarsi direttamente, oggi, per andare a creare sul territorio quelle strutture alternative economiche, culturali e di socialità, che sappiamo essere praticabili già oggi.

Infatti, aldilà della questione del ‘potere’, si tratta generalmente di tornare a volgere lo SGUARDO sociale, culturale e economico, sulle dimensioni locali e territoriali; in quanto più vicine alla necessità di contatto e di socialità dell’uomo, e in quanto in determinate dimensioni, anche senza bisogno di poteri concessi dall’alto, sarebbe possibile creare direttamente quei nuovi modelli di vita e di società che tanto auspichiamo.

 

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Come? Non esistono ricette pronte e facili, né svolte immediate. Può esistere però un’Alternativa, su questo non c’è dubbio. Che necessiterà di progetti e lunghi processi per potersi sviluppare, sicuramente anni, forse decenni… e tutto dovrà iniziare da una svolta culturale, che inneschi la diffusione di riflessioni e pratiche!

Si parte da un momento storico difficile, ma sappiamo che solo quando si sta per toccare il fondo si ha la possibilità di risalire! E quindi il momento potrebbe essere vicino… 😀

Si parte da un momento storico in cui in Italia temi come l’’autonomismo’ e la ‘sovranità territoriale’ possono essere facilmente tacciabili di ‘leghismo’ e, in un certo senso, capibilmente, visto che da 20 anni sono loro che parlano di queste cose; ed è questo uno degli esempi, a mio parere, delle differenze culturali dovute a percorsi culturali diversi: mentre in Spagna a portare avanti istanze indipendentiste sono principalmente (non solo loro, ma fra loro, quasi tutti!) i movimenti sociali, i compagni, gli antagonisti, mentre i combattenti Curdi lottano per l’autonomia e la promozione di un “confederalismo democratico”, e gli zapatisti in Messico creano tramite i Caracoles delle comunità autonome, in Italia discorsi autonomisti (totalmente diversi, ma questo basta a creare la generalizzazione sui termini…) sono stati assunti da un partito razzista e borghese come la Lega, che ha cavalcato l’onda di una reale problematica economica, ma in un senso ben lontano da quello di cui parliamo in queste righe; loro dall’alto sputano merda sui poveracci in basso, e da loro vogliono rendersi autonomi… noi esattamente il contrario!

Ma ciò non vuol dire che allora non si possano usare determinati temi, santo dios! Le idee non sono di proprietà di nessuno, e specialmente non dobbiamo farci fregare dal fatto che spesso i ‘nostri’ temi vengano usati dai ‘nostri nemici’, che li prendono e stravolgono per contenere e ribaltare le proteste sociali!

La rivoluzione culturale dovrà iniziare inevitabilmente dal superamento di molti di questi schemi mentali e dal ribaltamento dello sterile e ottuso dibattito politico odierno, che dovrà necessariamente essere riportato a un livello di analisi oggettiva dei fatti e delle problematiche e necessità reali delle persone! Analisi oggettiva che è diventata sempre più difficile da fare su tutto l’enorme e caotico mondo che ci circonda, mentre sarebbe molto più facile da fare riguardo a ciò che abbiamo direttamente intorno a noi … Così come gli unici a poter conoscere le soluzioni ai loro problemi, sono coloro che quei problemi li vivono direttamente!

Dunque,  per voler buttare lì una proposta semi-pratica per tutti coloro – singoli, realtà, movimenti, organizzazioni, aree, correnti, scuole di pensiero, folli ribelli – che pensano, e lottano, quotidianamente per la creazione di un mondo più giusto, più bello e solidale, gli ‘inviti alla riflessione’ sono i seguenti:

…. Invece di logorarci nella ricerca di incidere sui grandi poteri nazionali e sovra-nazionali, puntiamo a riportare il nostro pensiero e le nostre azioni verso il basso, nei territori, nelle città, nei comuni, nei consigli di quartieri e negli spazi sociali!

… Difendiamo il principio di AUTO-DETERMINAZIONE DEI POPOLI, e il POTERE DI SCELTA DEGLI INDIVIDUI, sostenendo che ciascun uomo ha il diritto a decidere come vivere, finché non va a minare la libertà del prossimo, e allo stesso modo ciascuna piccola comunità ha il diritto di decidere per la propria amministrazione, per le proprie regole e per le proprie discussioni politiche, in un contesto di confederazione e collaborazione con tutti i territori circostanti. Facciamo che siano le persone a parlare tra di loro, a vivere le decisioni delle proprie città e, se ci sarà bisogno, a dividersi, per riacquistare di nuovo l’autonomia in nuove micro-comunità auto-costruite!

… Creiamo un movimento d’opinione e di discussione su questi temi, e iniziamo a ripensare ai concetti di ‘Italia’, di ‘Stato’, di ‘Nazione’, di ‘Regione’, di ‘Potere’, di ‘Democrazia’ e quant’altro… secondo me ce n’è tante da dire!

… Smettiamola di considerare l’appartenenza territoriale come bieco nazionalismo! Anzi, rilanciamo le culture popolari delle nostre regioni e delle nostre città, rispolveriamo canzoni, inni e bandiere! Ricreiamo così un senso di comunità  tra tutte quelle masse di persone abbandonate a sé stesse che altro non aspettano, e altro non hanno bisogno, che trovare una comunità che le accolga e che le faccia sentire parte di qualcosa, e di qualcosa che possa cambiare tutto!

Creiamo, coltiviamo, sviluppiamo e diffondiamo Contro-Cultura, Contro-Informazione e ‘AltraEconomia’! Cerchiamo di mettere in atto nella nostra quotidianità Economie e Socialità alternative, con lo scopo di organizzarle e di creare delle alternative vivibili esterne ed indipendenti alla folle corsa capitalista. Che questa folle corsa sia, per diversi aspetti, distruttiva per l’umanità, è ormai chiaro a tutti. Invece di continuare a urlarlo disperatamente auspicando una svolta planetaria – che difficilmente avverrà da un giorno all’altro – sarebbe, a mio parere, più auspicabile cercare di ricreare quella svolta nel nostro piccolo (ma che per noi È TUTTO), nei campi dell’economia, della socialità e del pensiero, nella nostra città, di quartiere in quartiere, di abitudine in abitudine. In varie forme che possiamo già immaginare da oggi, e praticare da domani. Andando a creare un Esempio, tangibile, che può esistere ‘un altro modo di stare insieme’, un modello che possa dimostrarsi valido e funzionante, e che possa quindi andare a ispirare e coinvolgere altri.

 

G.L. – RF l’Altra Repubblica

 

(Ringrazio di cuore chi è riuscito ad arrivare fino a qua con la lettura!

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