Una riflessione sulla questione della ‘Comunità’, del Patriottismo, del senso di Appartenenza, attitudini umane naturali e positive che troppo spesso, oggi come nello scorso secolo, sono state usate e strumentalizzate per metterci gli uni contro gli altri, e che invece dovremmo recuperare, anche a sinistra, in una chiave di ricreazione delle comunità e riavvicinamento degli esseri umani .

–> Tratta dall’articolo su “Localismo e Autonomie”, di cui trovate il link completo in fondo al testo:

“Ho avuto un lungo combattimento interiore, nella mia adolescenza, tra le idee politiche con cui sono cresciuto intrise di Internazionalismo e di eliminazione dei confini, e i miei istinti personali di orgoglio ed appartenenza ad una terra che amavo più di tutte le altre, anche solo per il motivo che in questa terra ero cresciuto e tante altre non ne avevo mai viste.

Odiavo il concetto di Italia perché odiavo il concetto di Stato (o meglio, di QUESTO Stato!), e l’attualità e la storia dello stato italiano rappresentavano bene tutto ciò che più odiavo; ma allo stesso tempo sentivo una sorta di necessità di riconoscimento in una Comunità, persone con cui condividere una #cultura e un percorso di vita.

Crescendo, girando in altri paesi europei e conoscendo questioni e realtà che non potevo conoscere finché avevo vissuto nel ‘guscio’ della mia città natale, ho iniziato a capire delle cose, riguardo all’attitudine umana, che mi hanno pian piano fatto apparire tutto un po’ più chiaro:

L’appartenenza a una Comunità è una questione di fondamentale importanza per l’uomo, noto animale sociale. E la comunità di cui si entra a far parte, fino a prova contraria (e fino all’avvento di internet…) è quella delle persone che vivono intorno a noi, e con cui veniamo a contatto nella nostra quotidianità, nella nostra strada, nella nostra scuola, nel nostro quartiere, nella nostra città, o nel nostro paesino di campagna o montagna.

E’ quella formata da chi condivide con noi una cultura di origine (che poi si sviluppa in diversi modi di pensare), una lingua, un dialetto, uno stile di vita, delle relazioni umane, dei punti di ritrovo e, in certi casi, progetti e percorsi simili. È naturale che si crei un sentimento di appartenenza comune tra persone che vivono più a stretto contatto, e non c’è niente di male in tutto ciò, anzi, stiamo parlando probabilmente di una delle miglior qualità dell’essere umano (insieme a quelle, che invece mancano sempre di più, di curiosità verso il ‘diverso’, e di istinto solidale verso chi sta peggio di noi…) !

 

(…)

Nella religione dello ‘Stato Nazionale’ che si è sviluppata negli ultimi secoli, siamo stati abituati a pensare che la nostra comunità, e la nostra cultura, sia quella ‘italiana’, perché 150 anni fa determinati fatti storici (su cui abbiamo una narrazione abbastanza unilaterale, ma che sarebbe interessante indagare) portarono alla nascita di un Regno, quello d’Italia, che non era mai esistito nei precedenti 5.000 anni di ‘Storia Umana’.

Ma quale sarebbe la cultura unificante di questo paese? Vivendo ognuno di noi nei propri territori e venendo a contatto solamente in piccoli periodi di vacanze, nello scorso secolo l’unico elemento unificante di tutto questo paese paiono esser stati il fascismo e i giornali prima, la televisione e la corruzione dilagante poi.

Ovvero sia, tutto ciò che noi sapevamo su quanto succedeva nel resto d’Italia, aldilà di qualche scambio con amici o parenti che vivevano in altre regioni, lo sapevamo tramite quello che ci dicevano in tv e sui giornali. E sappiamo bene come si muove l’informazione in questi canali.

Nel tempo di Internet, in cui ormai pensiamo di sapere tutto su tutto il mondo, probabilmente ne sappiamo ancora meno di prima, e stiamo iniziando a perdere i contatti anche con quella che era la comunità a noi più prossima, quella del nostro territorio.

Questo è il motivo per cui non mi sentivo italiano: perché non conoscevo l’Italia! La mia conoscenza del resto del paese si limitava ai settori ospiti degli stadi e a qualche gitarella fuori porta di massimo 2 giorni!

Pian piano l’ho girata, ho visto città e conosciuto persone di molte zone del paese; mi sono reso conto che su tante cose siamo sicuramente accomunati, ma che su tante altre abbiamo invece mentalità, usanze e tradizioni anche parecchio distanti da regione a regione, da città a città, e addirittura da paesino a paesino! Per non parlare della questione linguistica; una varietà di dialetti e lingue di un fascino unico che, ridotti a ‘vulgo da contadini e ignorantelli’, si stanno tristemente perdendo (ma secondo me nemmeno poi tanto!!) in nome dell’ ‘Italiano nazionale’.

Già solo in questo “nostro” stivale da ‘manco’ 60 milioni di abitanti (lo 0.8% dell’umanità) esistono decine, centinaia, migliaia di diverse realtà, lingue e culture, in qualche modo ognuna differente dall’altra … Oltre ad essere assurdo pensare di poter allineare e uniformare tutte queste differenze umane, sarebbe a mio modo di vedere un grandissimo peccato; ritengo questa varietà di culture e costumi una grande ricchezza per l’umanità!

 

Ma la mia ‘necessità di riconoscimento in una Comunità’ non poteva trovare risposta nello Stato nazionale italiano, per un semplice motivo: che non era la mia Comunità.

Così realizzai quello che, in realtà, avevo sentito dentro da sempre.

La mia Comunità era quella della mia città, erano quelle strade che calpestavo ogni giorno ormai da più di 20 anni. E non che fosse la ‘Comunità dei miei sogni’, anzi, a dir la verità non mi trovavo in sintonia con un buon 90% dei suoi abitanti. Ma lo era comunque. Non me l’ero scelta, ma non mi potevo comunque lamentare. (per usare un eufemismo!!! 😀 😀 ).”

G – RF

ARTICOLO COMPLETO a questo link ➣➣ E se l’autonomismo e il localismo fossero una nuova chiave, un nuovo mezzo per i popoli per liberarsi e riprendere in mano le sorti del proprio futuro?