Non si può più considerare una provocazione. Ormai sta diventando un’evidenza.  Il mondo globalizzato ha fallito, sta fallendo e porterà al fallimento dell’umanità, e l’unico modo per fermare questo declino è che le comunità inizino a ricostruirsi dal basso, dai loro territori, dalle loro regioni, dalle loro vite cittadine.

E’ un grido che nell’ultimo anno è arrivato da più parti, a cominciare dalle regioni del Kurdistan in lotta, dove nel bel mezzo di una guerra vergognosa, circondati da nemici ad ogni lato, varie regioni curde stanno sperimentando un sistema alternativo di costruzione della società, il confederalismo democratico, che si propone di superare il concetto di stato-nazione, in favore di una confederazione delle varie regioni dell’area, popolate da diverse popolazioni di diverse religioni, per far sì che ciascuna possa godere di un’ampia autonomia amministrativa ed economica, tramite la creazione di assemblee e cooperative cittadine, ed allo stesso tempo di ottimi reciproci rapporti con le regioni circostanti.

Qualcuno ha scritto, dopo essere stato da quelle parti, che quel modello di società potrebbe essere un modello vincente da proporre al mondo intero, e che quindi dalla vittoria o dalla sconfitta del popolo curdo possa derivare una possibile vittoria o sconfitta per tutta l’umanità.

Non posso che essere d’accordo con questa affermazione. In un mondo in cui le regioni si scontrano da sempre per la predominanza delle une contro le altre, e in cui gli agglomerati di nazioni, oltre a non eliminare gli scontri, hanno preteso di uniformare sotto un’unica legge, quella del mercato, centinaia di diversi popoli e culture, forse basterebbe un semplice concetto universale a rimettere ognuno al proprio posto, a prosperare in santa pace: quello che ciascuna comunità, ciascun popolo debba avere il diritto alla propria autonomia, ed alla propria auto-determinazione, e che non possa essere sempre qualcuno dall’alto a decidere per tutti quanti. E che questo possa accadere in una libera confederazione tra le regioni ed i territori, in cui organizzazioni interregionali ed internazionali si adoperino a gestire i rapporti economici, politici e strutturali tra le diverse regioni.

Perché è chiaro, come ho cercato di elaborare in quest’articolo : www.laltrarepubblica.com/localismo, che i grandi poteri nazionali e sovra-nazionali non possono far altro che andare a creare alte strutture blindate e stra-corrotte, gestite da piccoli gruppi superinfluenti che dai loro uffici decidono le sorti di intere popolazioni; mentre delle strutture di governo più locali, più vicine alle comunità, potrebbero realmente essere sotto il controllo popolare, oltre a conoscere sicuramente al meglio i problemi di quelle comunità, sicuramente meglio di chi decide da migliaia di chilometri di distanza. Poi certo, ci sono decisioni che non possono essere prese all’interno di una città, per quello esisterebbero comunque le strutture interregionali e internazionali confederate.

Ma per tutto ciò che riguarda la vita di ciascuna comunità, deve essere la comunità stessa a poter decidere. Tramite meccanismi di democrazia diretta, che possano anche essere qualcosa di simile agli attuali consigli comunali, ma in cui la vita politica cittadina si accenda di partecipazione, grazie alla prospettiva di poter realmente incidere sull’esistente; prospettiva che spingerebbe i cittadini ad attivarsi tramite i loro partiti e movimenti di riferimento. Un livello di autogoverno e democrazia cittadina potrebbe anche permettere un sano confronto con differenti correnti politiche, in cui il dialogo sia sulle reali questioni riguardanti la città e la cittadinanza, e non sulle montature mediatiche a cui siamo abituati nella pagliacciata della politica nazionale odierna.

Aldilà dei sogni futuristi – ma non troppo – esiste già una forte corrente che attraversa l’Europa e il mondo intero, che è quella delle ‘piccole patrie oppresse contro le grandi nazioni oppressori’, ovvero sia tutte quelle comunità che da decenni, secoli, sono oppresse dalle strutture statali delle nazioni otto-novecentesche, e che vorrebbero invece potersi governare in autonomia, senza dover sottostare al sistema capitalistico mondiale che ha ormai il dominio di tutti quegli Stati del mondo occidentale (e non solo).

Anche perché oggi forse non ha senso parlare di lotte politiche e di rivoluzioni, se non si ha manco chiaro qual è l’obiettivo a cui ci rivolgiamo. E – oltre al fatto che stati nazionali e unioni continentali in questo momento paiono inarrivabili, mentre nelle città e nelle regioni, con un buon lavoro, nell’arco di una decina d’anni si potrebbe iniziare ad avere, per lo meno, una voce in capitolo – , ciò che sembra più evidente è che più è ampio il numero di persone da governare più è difficile governarle, più questo numero si riduce e più ciò diventa possibile. Questa è una costante di tutte le attività dell’uomo. Più è piccola la cosa, meglio si gestisce, più è piccola la botte, più è buono il vino.

E quindi forse l’idea di un ritorno agli autogoverni dei territori potrebbe non essere così retrograda e medievale, ma anzi potrebbe rappresentare un salto in avanti nella storia, in un momento in cui di grossi salti in avanti in altre direzioni non se ne vede.

Un altro movimento che si sta fortemente studiando in questi anni di lotte per l’indipendenza nello Stato spagnolo, dai catalani ai baschi, dai galleghi e, ultimamente, da piccoli settori di andalusi, è quello del municipalismo; tramite il rafforzamento dei comuni, dei municipi, e tramite la creazione di forme di economie locali alternative, potrebbe diventare possibile, nell’arco di qualche quinquennio, rendersi passo passo sempre più indipendenti dal sistema capitalista mondiale, senza bisogno di andarsi a scontrare frontalmente con le sue strutture internazionali, ma piuttosto sconfiggendolo togliendogli il terreno sotto i piedi. (Un esempio: con un reale potere municipale si potrebbe vietare l’importazione di prodotti di determinate multinazionali, e ritessere le tele dell’economia locale…).

Gli zapatisti in Messico da più di 10 anni sperimentano i Caracoles, comunità da loro gestite e che si stanno pian piano allargando costruendo un’importante area di influenza e di gestione zapatista del territorio del Chiapas.

Tutte queste proposte che si stanno sviluppando, parallelamente, in questi anni, in diverse regioni del mondo, non crediamo stiano venendo fuori casualmente; sono in diversi ormai nel mondo ad aver aperto gli occhi sul fatto che oltre a non essere giusto, un potere centralizzato non è neanche funzionale!

C’è un altro punto:

Dalla Catalunya, dai Paesi Baschi, dalla Corsica, e da tante altre regioni sparse nel mondo arriva un messaggio forte e chiaro: le comunità vogliono tornare a riconoscersi come comunità, autonome, libere, sovrane. E le comunità che riacquistano una coscienza di comunità, ritornando ad avere un sentimento di appartenenza ad un popolo, non sono comunità con cui si può scherzare!

In queste regioni, come anche a Cuba o in Latino-America, si può finalmente davvero avere un’idea di cosa voglia dire un “popolo unito”; le manifestazioni oceaniche e i movimenti popolari – realmente partecipati –che vediamo in questi paesi, ci insegnano che il popolo può avere davvero un peso di indirizzo politico di queste società, ma solo – se e quando – è, realmente, un popolo. Esattamente ciò che noi non siamo ormai da tempo.

Perché quando un popolo ha un senso di appartenenza ed identità in cui riconoscersi, guai a toccargli quell’identità! E se noi non siamo un popolo, è anche perché quell’ “identità italiana” che c’è stata imposta negli ultimi 2 secoli, in realtà non è stata altro che una costruzione artificiale, fatta dall’alto, su una serie di popoli che avevano delle specificità culturali e vitali floridissime (basti vedere la varietà di lingue e dialetti presenti sul nostro territorio!), che sono state appiattite ed uniformate in nome del “mercato nazionale”… ma non basta una Carta d’Identità, a creare un’identità!

L’identità è quel sentimento di appartenenza a una comunità che si riconosce in un “unità”, in quanto costruita da persone che vivono a stretto contatto nella loro vita di tutti i giorni: può essere un’identità cittadina o regionale, come può essere un identità di classe, di quartiere o anche semplicemente di gruppo! Ma lo è solo quando è realmente sentita! Ed è sentita quando è realmente legata alla propria gente, alla propria lingua, alla propria cultura. E alla propria bandiera! Che non è quella dello stato spagnolo franchista che ancora reca una corona nel 2018, ma l’estrelada catalana che parla di lotte, sudore e giustizia sociale! Non è quel tricolore che racconta di una storia di potenti, massoni e mafiosi, ma quel bianco e rosso di una regione che ha alle sue spalle una storia di repubbliche, comuni, progresso e indipendenza!

Quando un popolo acquista un’appartenenza, un’identità, e la sviluppa sulle basi della fratellanza, delle questioni sociali e del rispetto verso il diverso (che è ciò che c’ha insegnato il popolo catalano), guai a toccargli quell’identità. Perché non stai andando a toccare solo una condizione materiale, come puoi fare con una riforma del lavoro o una macelleria economica; stai andando a toccare qualcosa di più grande, una corda profonda dell’uomo, che è quella dell’appartenenza a un insieme umano, è quella delle proprie radici, della propria famiglia, della terra in cui siamo cresciuti o di quella che ci ha ospitato quando siamo dovuti scappare dalla nostra. Ma comunque, rappresenta ciò che abbiamo di più vicino e che riguarda realmente la nostra vita quotidiana. Che non è il mondo o l’Unione Europea, ma è la città, il borgo, è la terra in cui viviamo.

Questo per dire che: se nello scorso secolo un’identità forte è stata quella di classe (che ha permesso grosse vittorie in tanti momenti, ma una sconfitta generale di quelle popolari rispetto a quelle dominanti), oggi quell’identità forse non basta più, perché è stata sfaldata da un mondo, realmente, in quotidiana evoluzione, e perché i grandi poteri finanziari stanno schiacciando la vita un po’ a tutti, senza farsi grossi problemi di classe!

Oggi quell’identità si può ritrovare nell’appartenenza popolare, sociale e culturale ad un territorio, ad una bandiera, che può essere la roccaforte da cui ripartire per pretendere il “ritorno delle decisioni nelle mani del popolo”, anzi, “dei popoli”.

Ed è cosi che anche in Italia, proprio in questi mesi, in questi giorni, si stanno sviluppando tante piccole realtà che vogliono riportare sul piatto questi temi, e che vogliono superare la dicotomia “Autonomia = leghismo”, ma riportare la questione dell’autonomia al centro del dibattito politico, soprattutto in quel campo della sinistra che ha ormai perso il “punto della questione”. In quella Sardegna che un vago sentimento indipendentista l’ha sempre avuto, o in quel Veneto e in quelle regione del nord schiacciate dallo stra-potere leghista (che come si può ben vedere, appena è entrata nelle stanze del potere ha immediatamente abbandonato ogni istanza autonomista…), così come nel “sud oppresso”, dalla Sicilia a Napoli, che sta sempre piu prendendo coscienza di quanto l’Unità d’Italia l’abbia rovinato anziché fatto crescere.

E così, anche in Toscana, qualcosa si sta muovendo. Si sta recuperando la simbologia, il dibattito e una visione sul piano culturale e sociale di cosa la Toscana rappresenta per noi. O di cosa la “Repubblica di Firenze” potrebbe rappresentare per noi J .

E RF l’Altra Repubblica vuole essere un propositore, un motore di questo rinnovamento. Vuole portare una proposta, rivoluzionaria ma allo stesso tempo politica e diplomatica, a Firenze, alla Toscana, all’Italia e al mondo intero.

Se sei arrivato fino a qui con la lettura, e ritieni di essere d’accordo in linea di massima con ciò che hai letto, e con l’articolo sul localismo qua pubblicato qualche mese fa (www.laltrarepubblica.com/localismo), contattaci per messaggio privato su fb o per mail su progettoerreffe@gmail.com . Perché stiamo covando qualcosa, e abbiamo bisogno di tutti coloro che la pensano come noi su questo tema, per andare a portarlo nel dibattito cittadino e regionale. E i presupposti ci sono tutti, affinchè questo possa diventare il tema dei prossimi 5 o 10 anni.

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